Ma serve ancora il curriculum?

CurriculumOggi si sente spesso parlare di videocurriculum, di Linkedin, di Europass, di Curriculum Europeo. Oppure, come molte persone a torto o a ragione sostengono, il lavoro si trova attraverso la relazione, il network, la raccomandazione.

E a quel punto sorge spontanea la domanda: ma oggi serve ancora un curriculum? E se sì, come dovrebbe essere scritto?

Personalmente ritengo che un curriculum oggi sia ancora più indispensabile di ieri o di qualche anno fa, per la forte concorrenza che è sempre più presente per ogni posizione, ma anche (e soprattutto) per la grande diversificazione di ruoli e mansioni in cui operano le persone.

Un curriculum, o cv, o curriculum vitae, è uno strumento attraverso il quale trasmettere i contenuti della propria professionalità, in prima battuta. Ma è anche lo strumento (l’unico forse no, ma sicuramente il primo) che consente ai selezionatori di fare la prima scrematura, la prima selezione dei potenziali candidati interessanti.

Questa selezione serve a ridurre drasticamente il numero di potenziali candidati da colloquiare, e ha come obiettivo primario individuare tutti quei candidati che sicuramente non andrebbero bene per la posizione ricercata. In pratica, questa fase ha come obiettivo scartare, e non lo scegliere il migliore.

Un buon curriculum è quindi utile quando, in uno spazio limitato, riesce ad ottenere alcuni effetti.

Il primo è sicuramente rendere intellegibile, in modo rapido e inequivocabile, i contenuti della propria professionalità al selezionatore. Il secondo è quello di rendere differente i contenuti della propria professionalità da quello di altri potenziali candidati.

Spesso chi scrive un curriculum tende ad essere eccessivamente frettoloso, semplificando i contenuti partendo dall’ipotesi (tutt’altro che dimostrata) che chi andrà a leggerlo sia in grado di apprezzarne la complessità, in quanto con adeguata conoscenza delle realtà aziendali in cui lo scrivente ha operato.

Si hanno così dei cv in cui viene riportato solo il nome della posizione, spesso in modo generico (p.e. operaio, impiegato), senza andare ad evidenziare i reali compiti svolti, gli obiettivi da perseguire, gli strumenti usati.

Per poi, magari, inserire contenuti superflui, non specificati e comunque non utili alla chiarificazione delle caratteristiche della persona. Esempio tipico, l’inserimento degli hobby, con indicazioni quali “andare al cinema, ascoltare musica” che non aggiungono informazioni sulla professionalità, ed al contempo allungano inutilmente il curriculum.

La stesura di un buon curriculum, però, ha anche un altro effetto, a mio giudizio ancora più rilevante: obbligare la persona a ripercorrere interamente e completamente il proprio percorso di carriera, individuandone i contenuti, gli snodi ed abituandola a raccontarsi in modo sistematico e sintetico.

Sebbene abbia una sua rilevanza, il curriculum non è ciò che fa scegliere il selezionatore, bensì aiuta a scartare le professionalità ritenute assolutamente inidonee.

Discorso completamente differente è il momento del colloquio, dove il candidato ha la possibilità, oltre che la necessità, di esprimere al meglio il proprio potenziale. Sostenere un colloquio in modo incerto significa pregiudicarsi un’opportunità.

Il raccontare di se in modo sicuro, equilibrato (dettagliando, ma senza diventare prolissi; identificando gli elementi più significativi) consente di trasmettere oltre che i contenuti della professionalità (il cosa sai fare), anche elementi di sicurezza personale, che spesso vengono meno a causa dell’ansia che un colloquio di selezione può generare.